UTMB - Ultra Trail Monte Bianco -Report di Roberto Alessandrini

Questa è un’avventura che ancora non è terminata. Non può essere terminata.

Sono là sotto l’arco dell’UTMB a Courmayeur a pochi secondi dallo start e  l’elicottero sospeso in aria a pochi metri sopra noi e Vasco che canta ‘senza parole’

La salita della  Val Veny dorata e scintillante al sole del mattino costeggia le lingue di ghiaccio  del Bianco.

Sono ancora lì a ricevere gli applausi i sorrisi della gente in attesa arroccata sulle pietre del piccolo San Bernardo.

La discesa lunghissima di 10k per arrivare a Bourg-Saint-Maurice. Il temporale e le raffiche di vento ci inseguono il tempo diventa cattivo.

Torniamo in quota ormai è notte. La nebbia fitta danza con  mille goccioline diafane davanti alla mia frontale. Il sentiero è un magma lunghissimo fangoso che tira sempre più giù. Le dita non sentono quasi più la testa dei bastoncini. Le vesciche sulla pianta dei piedi mi tormentano sempre più.

Sento attutite da qualche parte i muggiti di un pascolo e le campanelle che riportano alla vita. Ma le mucche non dormono mai?

Alla base soccorso di Cormet de Roseland il medico aspira con siringa, schiacciando vigorosamente le bolle per far uscire il siero..gli ho fatto una foto almeno quando penso di passare brutto momento guarderò quell’immagine e allora tutto diventerà più bello.
Al freddo albeggiare scendo a Nôtre dame de la Gorge. Lì ci portavo sempre mia mamma in estate e infatti mi stava aspettando seduta sulla panchina da tanto tempo ormai col suo bel sorriso dolce e mi incoraggiava a non mollare.
Sono ancora lì ad affrontare l’ultima salita. Il temibile vertikal del Tricot di 600d+ un delizioso cadeaux che gli organizzatori ci fanno dopo 6500d+ fatti.
I primi chalet di Chamonix mi arrivano davanti.  Sto solo camminando zoppicando e mi vergogno.

Perché la gente mi applaude e grida il mio nome? Voglio rimanere ancora lì. In mezzo alle urla di incitamento ai ‘bravóó’ agli applausi ai sorrisi ai selfie al rumore assordante metallico ritmato delle mani che battono sui cartelloni e tutti che mi guardano.

Sono a pochi metri dall’arco di arrivo  che incornicia  la chiesa di Chamonix-Mont-Blanc e ai lati i poggioli delle case grigie e marroni dell’Ottocento rigonfie di bandiere e gerani rossi.
Questa è un’avventura che non è ancora terminata. Non può essere terminata. E non finirà.

Grazie a chi crede in noi